I soldi di Berlusconi e la paura della Lega
Un fantasma si aggira per le strade della Padania. È il fantasma dei rapporti non solo politici tra la Lega Nord e Silvio Berlusconi. Ricompare tutte le volte che Umberto Bossi ingoia certi rospi che un tempo avrebbe allontanato con un calcio.
Marco Formentini nel Duemila spiegò il ritorno del “traditore” Bossi ad Arcore: «La Lega ha l’acqua alla gola dal punto di vista finanziario». Le apparizioni del fantasma dei soldi irritano e allarmano i vertici leghisti.
Alla fine dello scorso agosto Il Riformista pubblicò la testimonianza della giornalista Rosanna Sapori (ex voce di Radio Padania e, fino al 2004, stretta collaboratrice del Senatur) la quale raccontò che nel 2005 la Lega – a causa di una serie di disastrose operazioni finanziarie – era sull’orlo del fallimento e che fu salvata da una cifra colossale versata dal Cavaliere in cambio della titolarità del sacro simbolo dei lumbard, lo spadone di Alberto da Giussano. Compravendita segretissima, stipulata in uno studio notarile.
Il 2 febbraio di quell'anno la rivista Mondo libero, nel dare l'annuncio del nuovo patto tra la Lega e il Polo delle libertà, scrisse a chiare lettere: «Per Bossi l’alleanza dovrebbe risolvere il fallimento politico e finanziario».
E, tre settimane dopo, sul tema del patto rafforzato da un contratto, tornò l’allora vicedirettore del Gazzettino di Venezia Francesco Jori. Voci e sospetti ripresi all’epoca in una interrogazione parlamentare del senatore Antonio Serena, altro ex leghista. Nel giugno del Duemila, l’esistenza di una relazione economica tra la Lega e il partito del Cavaliere emerse in modo ufficiale nella forma di una fidejussione attraverso la quale Forza italia garantiva presso la Banca di Roma il Carroccio per uno scoperto fino a due miliardi di lire.
«Siete autorizzati – scriveva il tesoriere forzista Giovanni Dell’Elce all’istituto di credito - ad addebitare sul nostro conto corrente gli importi, nei limiti del mandato di credito concesso, che vi fossero dovuti dalla predetta società». Dove la “società” non era altro che la Lega Nord.
Ma l’apparizione più spaventosa e imbarazzante del fantasma (a parte un appunto in cui si parlava di 70 miliardi da Berlusconi e Bossi scoperto tra le carte dell'inchiesta Tavaroli-Telecom) risale a meno di un anno fa. Precisamente al luglio scorso quando Aldo Brancher, appena nominato ministro, tentò di avvalersi del legittimo impedimento per evitare il processo per la scalata alla Banca Antonveneta.
La penosa vicenda (Brancher si dovette dimettere dopo essere stato ministro per diciotto giorni) riportò alla memoria quanto era successo nel 2005 (lo stesso anno in cui è ambientato il racconto di Rosanna Sapori) quando un altro dei catastrofici interventi leghisti in campo finanziario, la fondazione della Banca Credieuronord, stava per portare i lumbard alla bancarotta. Ci si ricordò in particolare che Gianpiero Fiorani, proprio su sollecitazione di Brancher e con lo scopo dichiarato di “ingraziarsi la Lega”, era intervenuto con due milioni di euro in salvataggio della banca padana.
Altro che accordi politici: questi sono accordi economici. In barba alla cristallina politica leghista.
Marco Formentini nel Duemila spiegò il ritorno del “traditore” Bossi ad Arcore: «La Lega ha l’acqua alla gola dal punto di vista finanziario». Le apparizioni del fantasma dei soldi irritano e allarmano i vertici leghisti.
Alla fine dello scorso agosto Il Riformista pubblicò la testimonianza della giornalista Rosanna Sapori (ex voce di Radio Padania e, fino al 2004, stretta collaboratrice del Senatur) la quale raccontò che nel 2005 la Lega – a causa di una serie di disastrose operazioni finanziarie – era sull’orlo del fallimento e che fu salvata da una cifra colossale versata dal Cavaliere in cambio della titolarità del sacro simbolo dei lumbard, lo spadone di Alberto da Giussano. Compravendita segretissima, stipulata in uno studio notarile.
Il 2 febbraio di quell'anno la rivista Mondo libero, nel dare l'annuncio del nuovo patto tra la Lega e il Polo delle libertà, scrisse a chiare lettere: «Per Bossi l’alleanza dovrebbe risolvere il fallimento politico e finanziario».
E, tre settimane dopo, sul tema del patto rafforzato da un contratto, tornò l’allora vicedirettore del Gazzettino di Venezia Francesco Jori. Voci e sospetti ripresi all’epoca in una interrogazione parlamentare del senatore Antonio Serena, altro ex leghista. Nel giugno del Duemila, l’esistenza di una relazione economica tra la Lega e il partito del Cavaliere emerse in modo ufficiale nella forma di una fidejussione attraverso la quale Forza italia garantiva presso la Banca di Roma il Carroccio per uno scoperto fino a due miliardi di lire.
«Siete autorizzati – scriveva il tesoriere forzista Giovanni Dell’Elce all’istituto di credito - ad addebitare sul nostro conto corrente gli importi, nei limiti del mandato di credito concesso, che vi fossero dovuti dalla predetta società». Dove la “società” non era altro che la Lega Nord.
Ma l’apparizione più spaventosa e imbarazzante del fantasma (a parte un appunto in cui si parlava di 70 miliardi da Berlusconi e Bossi scoperto tra le carte dell'inchiesta Tavaroli-Telecom) risale a meno di un anno fa. Precisamente al luglio scorso quando Aldo Brancher, appena nominato ministro, tentò di avvalersi del legittimo impedimento per evitare il processo per la scalata alla Banca Antonveneta.
La penosa vicenda (Brancher si dovette dimettere dopo essere stato ministro per diciotto giorni) riportò alla memoria quanto era successo nel 2005 (lo stesso anno in cui è ambientato il racconto di Rosanna Sapori) quando un altro dei catastrofici interventi leghisti in campo finanziario, la fondazione della Banca Credieuronord, stava per portare i lumbard alla bancarotta. Ci si ricordò in particolare che Gianpiero Fiorani, proprio su sollecitazione di Brancher e con lo scopo dichiarato di “ingraziarsi la Lega”, era intervenuto con due milioni di euro in salvataggio della banca padana.
Altro che accordi politici: questi sono accordi economici. In barba alla cristallina politica leghista.
